Filippo Pennacchio (IULM - Libera Università di Lingue e Comunicazione)

L’autore al centro. Su una svolta recente degli studi narratologici

A partire grosso modo da fine anni Duemila, l’autore è tornato al centro degli interessi di molti studiosi del racconto. Se nella sua fase “classica” la narratologia l’aveva relegata ai margini, oggi la figura di chi scrive sembra sia diventata indispensabile per spiegare come funzionano i testi narrativi e il modo in cui si innescano le dinamiche finzionali. E ciò colpisce tanto più dato che nello stesso arco temporale si è iniziato a guardare con crescente sospetto il narratore, cioè quell’istanza fittizia da sempre ritenuta essenziale per definire la narratività di un testo.
L’intervento si propone di riflettere sulle ragioni dietro questo stato di cose, e insieme sulle conseguenze rispetto alle idee di racconto e autorialità. Nel farlo, si ragionerà sulla possibilità che i mutamenti in questione possano spiegarsi anche alla luce di quanto sta accadendo in una parte importante della narrativa più recente. Prendendo a esempio alcuni romanzi italiani pubblicati negli ultimi anni, si cercherà infatti di mostrare come molti scrittori abbiano lavorato a testi in cui sembrano mettersi direttamente in scena, o in cui agiscono voci narranti fortemente autoriali e autorevoli.

 

 

Giorgia Testa Vlahov (Università degli Studi di Milano/Université La Sorbonne Paris IV)

«Sono ora impersonale»: l’anonimato spirituale di Mallarmé

A venticinque anni, Stéphane Mallarmé, reduce da una lunga crisi mistica e filosofica, scrive a Henri Cazalis: «Je suis maintenant impersonnel, et non plus Stéphane que tu as connu, - mais une aptitude qu’a l’Univers Spirituel à se voir et à se développer, à travers ce qui fut moi».
È l’inizio di un percorso umano e poetico che porterà Mallarmé ad annullarsi spiritualmente, in favore della sparizione elocutoria del poeta che cede l’iniziativa alle parole. Esito di una profonda meditazione sul Sé, l’impostazione anti-autoriale, qui ancora ingenua e istintiva, troverà la sua più precisa elaborazione nelle teorie strutturaliste e post-strutturaliste (e non è un caso che, da Barthes in poi, Mallarmé sia stato il nume che veglia sulla mort de l’auteur). L’obiettivo di questo contributo è quello di seguire, via il costante riferimento alle lettere e alle opere teoriche di Mallarmé, imprescindibili per comprenderne lo sviluppo poetico, l’itinerario dell’impersonalità mallarmeana, definendone i punti nevralgici e chiarendone le implicazioni con l’impostazione della critica letteraria e filosofica del ventesimo secolo.



Roberta Sapino (Università degli Studi di Torino)

Autoportraits de l’auteur en monstre. Metalessi e metamorfosi dell’autore nell’opera di André Pieyre de Mandiargues

L’intervento propone una discussione dell’opera di A. Pieyre de Mandiargues condotta alla luce di teorie recenti sulla scrittura in prima persona (Ph. Forest, G. Bosco). L’impossibilità di fondare la narrazione sull’unità identitaria del soggetto, crollata sotto i colpi delle avanguardie e della psicanalisi, si traduce nell’elaborazione di una scrittura dell’io nuova fondata su una fitta rete di personaggi che Mandiargues definisce come «folles miettes de moi-même». È in particolare la figura del mostro, metà umano e metà animale, che permette all’autore di rivelarsi nel testo e di interrogare la propria postura d’autore: dall’uomo-caimano alla donna-animale, le molteplici figure mostruose che nei testi sono fonti di narrazioni scritte o orali attivano la metalessi autoriale e incarnano l’io dello scrittore sottoponendolo a metamorfosi, rottura, détournement.

 

 

Irena Kristeva (Sofijski Universitet „Sv. Kliment Ohridski")

Separazione sul fiume Kiang di Ezra Pound: intentio traduttoris vs intentio auctoris

Il nome di Ezra Pound si collega non soltanto al modernismo, ma anche a un nuovo approccio alla traduzione della poesia, la transcreazione. L’opera tradotta, o più precisamente il concetto di essa, diventa fonte d’ispirazione per l’attività poetica e pretesto per il collegamento del moderno con il lontano nel tempo e nello spazio. Il traduttore si presenta quindi come una specie di co-autore che non esita a usufruire delle potenzialità della madrelingua, e perfino a forzarla, per proporre nuove forme di creazione letteraria.
Separazione sul fiume Kiang, ispirato dal poeta cinese Li Bai, è un esempio significativo di questo tipo di scrittura. Considerando ingannevole l’aspirazione ad una traduzione trasparente, Pound abbandona il testo di origine per diventare l’autore del testo di destinazione. Ciò gli permette di rivelare il suo ingegno e di esprimere al meglio la sua estrosità. Così, il poema transcreato va oltre i confini dell’artefatto e si trasforma in opera autoriale.

 

 

Francesco Brancati (Università di Pisa)

«Words in their force»: autorialità, poetica, traduzione e autotraduzione in Sleep di Amelia Rosselli

L’intervento si propone di verificare le modalità di costruzione della componente autoriale in Sleep (1953-1966) di Amelia Rosselli, la raccolta di poesie in inglese, con versione italiana di Antonio Porta, pubblicata da Rossi & Spera nel 1989 e, in edizione accresciuta con traduzione di Emmanuela Tandello, da Garzanti nel 1992. La silloge rosselliana costituisce un caso esemplare per l’analisi della figura autoriale, dal momento che la ricostruzione della complessa storia genetica ed editoriale del libro (come testimonia lo studio dei dattiloscritti conservati presso il Centro Manoscritti dell’Università di Pavia) consente di indagare il dialogo instaurato tra il sistema stilistico-poetico di Porta e quello di Rosselli, a sua volta impegnata in un’attività di autotraduzione dei testi di Sleep. Il confronto tra diverse lingue e tra differenti modi di restituzione dell’esperienza del soggetto in lirica determina la configurazione multifocale dell’autorialità rosselliana, nella poesia in inglese così come nella restante produzione italiana e francese della poetessa.

 

 

Mattia Cravero (Università degli Studi di Torino)

«Non so bene quale sia la radice umana»: finzioni, sovrapposizioni, scambi e identificazioni nella Chiave a stella di P. Levi

Nella Chiave a stella di Primo Levi lo scarto tra realtà e finzione è fondamentale: spesso i confini tra storia e narrazione, tra narratore, scrittore, autore e personaggi si confondono. Ricostruendo i processi di identificatio, interpretatio nominis e personae, di fictio insieme ai legami intertestuali con Shakespeare e Conrad, l’intervento analizza lo statuto ontologico del Narratore, che rappresenta Levi solo parzialmente, senza offrire un vero «autoritratto periodico» (Mengoni 2015). Alla luce delle teorie di R. Castellana, si delinea il parallelismo biofinzionale fondamentale con Faussone: il loro legame ridisegna la realtà tramite la creazione letteraria, sutura insieme storia e autobiografia tramite la narrazione. Levi rimaneggia così le proprie e le altrui esperienze e le veste a nuovo; gioca tra funzione autoriale e «finzione testimoniale» (Del Giudice 2016) e segna, nella Chiave, uno spartiacque nella sua consapevolezza di poter creare mondi possibili, di narrare risultando «affidabile». Come dice Faussone, al «fatto» il Narratore «ci lavora sopra, lo rettifica, lo smeriglia, toglie le bavature, gli dà un po’ di bombé e tira fuori una storia».

 

 

Marco De Cristofaro (Università per Stranieri di Siena/Université de Caen-Normandie)

Polimorfie di paesaggi ideali: il racconto di un’esperienza editoriale nella memoria del suo editore

Nel ripercorrere gli eventi frammentari che hanno caratterizzato la storia di Adelphi, Roberto Calasso, ne L’impronta dell’editore, si riscopre indissolubilmente legato a un «significato precostituito» (Tassi 2007), che rivela il filtro di una realtà soggettivamente ricostruita: un criterio di valore che agisce da demiurgo interpretante di un intreccio la cui comprensione, compromessa nella sua oggettività, è fondata esclusivamente sul nomos stabilito dal suo creatore «in un’opera che reca in sé i principi [...] secondo cui richiede di essere percepita» (Bourdieu 2013).
Partendo da questo presupposto e dalla considerazione di Simonin, secondo la quale la storia dell’editoria offre una nuova risposta alla questione sull’autorialità che si pone come l’incontro tra lo scrittore e il suo editore, l’intervento vuole indagare alcuni dispositivi discorsivi dell’opera autobiografica di Roberto Calasso editore, in relazione al campo editoriale in cui agisce. La proposta si colloca nell’orizzonte di analisi di quella che si vuole definire «memorialistica editoriale», come specifico genere letterario afferente alla scrittura del sé, e vorrebbe offrire un ulteriore punto di vista alla problematica richiamata da Simonin: quello in cui l’incontro tra un scrittore e il suo editore, si realizza e si risolve in un’unica figura di autore.

 

 

Stefano Ballerio (Università degli Studi di Milano)

L’autore ineffabile. Good Old Neon e i paradossi della scrittura

L’intervento verte innanzitutto sul racconto Good Old Neon, di David Foster Wallace: da alcune osservazioni narratologiche sull’enunciazione narrativa, sulla difficoltà di individuare narratore e narratario e sullo statuto problematico del David Wallace – autore o personaggio? – che appare nel finale, si passa a una più ampia considerazione della paradossalità del racconto (cfr. la unnatural narratology e, prima, Barthes e Culler sui testi scrivibili). Ciò conduce a discutere prima della poetica di Wallace, che insiste sulla relazione fra autore e lettore, e poi del rapporto fra individuo e linguaggio, sulla scorta del Wittgenstein delle Ricerche filosofiche e di Hans Georg Gadamer (Verità e metodo; Testo e interpretazione), ovvero di come il medium in cui autore e lettore possono incontrarsi – il linguaggio – sia anche quello in cui l’individualità, come irriducibile singolarità, apparentemente si perde.

 

 

Mirko Mondillo (Università degli Studi di Siena/Katholieke Universiteit Leuven)

Il Chi, il Perché e il Come del dire nel «romanzo ego-saggistico» ipermoderno

Con la mia relazione intendo enucleare dal vasto arcipelago contemporaneo degli ibridi italiani (Palumbo Mosca 2014) una forma letteraria specifica, di cui circoscrivo i confini e che definisco come romanzo ego-saggistico. In equilibrio tra le possibilità offerte dalla fiction e modi di procedere tradizionalmente non finzionali, il romanzo ego-saggistico si costituisce dalla co-operazione tra la scrittura saggistica (Ercolino 2017) e le “egografie”, ovvero quell’insieme di scritture che adoperano gli stilemi «dell’esperienza personale» (Mazzoni 2011) o «dell’io» (Marchese 2014) – autobiografia, biografia e diario (e loro declinazioni: autofiction, biofiction e diario narrativo). Facendo riferimento alla teoria letteraria esposta da Donnarumma (2014), valuto il romanzo ego-saggistico praticato negli anni individuati come una forma ipermoderna, sia per la postura dei loro autori sia per le soluzioni retoriche e compositive adottate.
I casi-studio presentati fanno riferimento a tre diverse fasi del romanzo ego-saggistico rispetto all’ipermoderno letterario italiano, coerentemente con l’evoluzione dell’ipermoderno descritta da Donnarumma rispetto al postmoderno: Mistero napoletano di Rea come caso-studio del romanzo ego-saggistico nella fase ‘iniziale’ dell’ipermoderno, Troppi paradisi di Siti per la fase ‘transizionale’, Timira. Romanzo meticcio per la fase ‘compiuta’.

 


Antonio Galetta (Università degli Studi di Udine)

Dall’autofiction all’autorialità plurima: i diari online di Giulio Mozzi e Giuseppe Caliceti

Sono l’ultimo a scendere di Giulio Mozzi (2009) e Pubblico/privato 0.1 di Giuseppe Caliceti (2002) sono esemplari dei due estremi entro cui può collocarsi la scrittura di un diario online: autofiction e autorialità plurima. Mozzi fu editor di Caliceti, Caliceti fu modello oppositivo per Mozzi: il confronto sarà arricchito da cenni a Kamikaze d’Occidente di Tiziano Scarpa (2003), autofiction con avantesto diaristico. Nel diario di Mozzi il distacco esplicito tra autore e narratore omonimi è modulato secondo riconoscibili strategie narrative e stilistiche. Si descriveranno tali strategie e se ne interpreterà la distribuzione. Il diario di Caliceti è un esempio di autorialità plurima organica alla rete: le parole dei lettori creano un proprio discorso, dialogano tra loro e con l’autore, sono avantesti ‘involontari’ di opere altrui. Si discuterà, a partire dalle auto-esegesi nel testo, fino a che punto Caliceti sia autore del proprio diario. Emergeranno così due modi diversi e complementari di declinare l’autorialità nel diario online, una forma sia pubblica che privata, lontana dai tradizionali tempi lunghi della parola scritta.

 

 

Francesco Samarini (Indiana University Bloomington)

 «Mi ritrovo tra le mani un Philip Roth, se va bene». La presenza di Roth nell’autofiction italiana

La lunga carriera di Philip Roth è caratterizzata dal ricorso a diverse forme di autofiction o, più genericamente, di strategie narrative caratterizzate dall’ambiguità nel rapporto tra autore e personaggi, tanto da fare dello scrittore statunitense un modello per chiunque si avventuri in tali terreni creativi. Prevedibilmente, l’influenza di Roth è profonda anche su alcuni autori italiani. Nel mio intervento, prenderò le mosse dall’analisi ravvicinata di alcuni passaggi delle opere di Walter Siti (in particolare Resistere non serve a niente, 2012) e Alessandro Piperno (soprattutto Con le peggiori intenzioni, 2005) nei quali Roth viene nominato esplicitamente. I momenti in cui l’autore americano viene evocato, oltre a costituire chiari riconoscimenti della sua influenza, creano ulteriori complicazioni all’interno della struttura, programmaticamente ambigua, delle opere in questione. L’analisi di tali sezioni permette di approfondire sia i rapporti tra la letteratura italiana contemporanea e Roth, sia di comprendere meglio le strategie “autofinzionali” degli autori in questione, che invitano il lettore a mettere a paragone le proprie opere con quelle del romanziere americano, per rimarcare la propria vicinanza al suo modello e, a volte, dare forma a dichiarazioni di poetica.